Non ho un grande rapporto con gli specchi. Non è una novità e non è un segreto. Tutti quelli che mi conoscono lo sanno perché gliel’ho detto o perché si sono fatti delle domande vedendo come vado in giro vestito. La verità è che no, non mi guardo spesso allo specchio. Non mi interessa che cosa pensano gli altri a riguardo dei miei vestiti o di come li ho (o meglio, non li ho) “abbinati”, anche perché non so farlo, mi resta parecchio difficile e mi porta via una quantità di tempo imbarazzante, per cui evito direttamente di provarci.

Ho talmente poco rapporto con gli specchi che in camera non ne ho uno, e in tutta casa non credo ce ne sia uno dove specchiarmi per intero. No, generalmente non mi guardo allo specchio, ma ogni lo faccio anche io.

Gli specchi sono dei gran bastardi. Onesti, ma bastardi. Non si fanno scrupoli a dirti in faccia le cose che la maggior parte delle volte preferiresti non sentire, o che magari vorresti ti fossero dette con più garbo. Invece niente, schietti come un pugno in faccia.

La schiena storta, le spalle ingobbite, la pelle a buccia d’arancia, le smagliature sui fianchi, i denti storti, quelli gialli, i capelli che cambiano colore o che se ne vanno. I chili di troppo, i muscoli che non ci sono, le cicatrici, i brufoli, le basette asimmetriche, la ricrescita, le irritazioni cutanee. Sono tutte cose che sappiamo benissimo di avere, sappiamo dove sono, e come sono, solo preferiremmo che non ci ricordassero continuamente che sono lì. E invece gli specchi questo fanno, sembrano fatti apposta per quello. Ma non si limitano a questo, peggio ancora, fanno i paragoni col passato. Ieri questo brufolo non c’era, la settimana scorsa queste smagliature non arrivavano mica fin qua, un mese fa non avevi neanche un capello bianco. Dieci anni fa quanto ti guardavi allo specchio sorridevi.

Non si può rimproverare loro veramente niente, se non di avere poco tatto. Non dicono niente che non sia vero, solo che magari potrebbero dirlo in modo più gentile… Anche se a pensarci bene la differenza sarebbe poca.

Ogni tanto anche io quando mi guardo allo specchio faccio la conta dei caduti tra i capelli, o guardo la barba che non cresce come vorrei. Ultimamente la maggior parte delle volte mi concentro sulla maledetta cicatrice in mezzo alla faccia che mi taglia il naso in due e che mi ricorderà da qui alla fine del mondo la mia ex ragazza. Sono abbastanza sicuro di vederla solo io, non che me la sia inventata, ma sicuramente nessuno ci fa caso così tanto quanto non ci faccia caso io. Eppure è lì e ogni volta che mi guardo allo specchio finisco per guardare lei, come se pulsasse di colori vivaci per attirare la mia attenzione. Penso sia lo stesso tipo di problema che ho con gli schermi rovinati, tipo quelli dei cellulari con i graffi. È proprio per questo che metto sempre pellicole protettive ovunque, perché so che se mi si graffiasse lo schermo, guarderei continuamente quel punto, involontariamente, lo sguardo finirebbe sempre lì sopra e la cosa mi darebbe anche un fastidio incredibile.

Ecco, uguale, solo con la mia faccia.

E di solito quando mi capita col cellulare resisto pochi mesi prima di cambiare lo schermo o addirittura il telefono, ma con la faccia dovrò imparare a conviverci.

Ora come ora forse è un bene che ci sia qualcosa che mi distragga dal guardare altrove, qualcosa verso cui la mia attenzione gravita continuamente, perché altrimenti, nonostante ci sia altro da guardare e su cui concentrarsi, conoscendomi, probabilmente passerei il tempo a guardarmi negli occhi.

Già, la cosa che guardo più spesso normalmente quando mi trovo davanti allo specchio non è né la stempiatura né la collezione di punti neri che mi porto in giro, ma sono i miei occhi. Non che mi piacciano particolarmente, sono due occhi castani (credo) come ce ne sono tanti, ma io li guardo per vedere cosa dicono loro. Mi guardo negli occhi perché mi guardo dentro, cerco di capire che cosa c’è dentro di me.

Oggi come esperimento ho deciso di guardarmi allo specchio, per vedere che cosa vedono gli altri quando mi guardano, o per vedere quello che magari gli altri non vedono di me, ma di cui io mi accorgerei.

Come previsto, la prima cosa che ho visto è stata la cicatrice. Precisa, lì dove l’avevo lasciata. Non più piccola, non più grande, non più visibile, non più camuffata. Sempre lei, immobile, immutabile, sotto gli occhi di tutti. Un po’ come, nonostante io stia cercando di fuggire da mesi, ogni strada che prendo finisce per riportarmi esattamente nel punto da cui cerco di allontanarmi: sotto casa di lei. Una bella descrizione che funziona sia per la cicatrice sia per chi me l’ha lasciata.

C’è, è lì, non puoi nasconderla perché è in bella vista, non puoi scappare perché ce l’hai incisa nella pelle, devi solo farci l’abitudine. E non è affatto facile.

Ma, questa volta davvero mi sorprendo anche io nel guardarmi allo specchio, di quello che vedo intorno alla cicatrice, perché davvero non è una visione che mi aspettavo di avere.

Forse gli specchi di casa mia non funzionano, in effetti non li ho mai fatti controllare: hanno bisogno di manutenzione? Bisogna fargli la revisione ogni due anni, come alle macchine? Davvero non so come ci si comporta con questi strumenti, ma questi che ho in giro per casa devono avere per forza qualcosa che non va, perché oltre la cicatrice riesco solo a vedere il muro dietro di me.

Manco io: nel mio riflesso dello specchio, io non ci sono quasi per niente. La cicatrice c’è, è bella netta, ma non c’è il mio naso dietro,m  ma il muro bianco del bagno. Qualche pezzo di me si intravede a stento dentro lo specchio, ma è più un’ombra che un vero riflesso, come se lo specchio invecchiandosi si fosse rovinato, come se il vetro fosse sporco, a tratti leggermente opaco. Ma quelle ombre sono io, si muovono con me, sono tutto quello che si riesce a intravedere di me.

Dove sono finito io? Che ne è stato di quello che ero? Dov’è tutto il resto di me? Che cosa sono diventato? Perché non mi vedo più? Non che mi piacesse particolarmente essere me, non ne sono mai stato troppo entusiasta, ma per lo meno ci avevo fatto l’abitudine, più o meno potevo contare su di me, sulle mie passioni, sulle mie abitudini, sulle mie capacità. Potevo contare sui libri e sui fumetti, potevo contare sulla mia passione per il mio lavoro, nonché hobby, potevo contare sulla mia passione per la fotografia e per i videogiochi, potevo contare sullo stare a casa con i miei amici a giocare ai giochi da tavolo. Dove sono finiti questi pezzi di me? Li ha presi lei? Per farne cosa? Per buttarli, di questo ne sono abbastanza sicuro, dove? Come faccio a riprenderli?

Quando tornerò ad essere quello che ero? Ci riuscirò mai?

Mentre mi porgo queste domande, cerco nello specchio il riflesso dei miei occhi per provare se almeno in quelli posso trovare una risposta, o anche solo mezza, ma lo sguardo vaga per tutto lo specchio e del riflesso dei miei occhi, neanche l’ombra.