In tempi recenti mi sono reso conto di come tutti i traguardi che ho raggiunto e che ad amici e parenti sono sembrati “straordinari” e che a me invece non apparivano affatto fuori dal normale, dipendessero da una cosa che io avevo e che altri invece non avevano.

Non lo dico per vantarmi, perché non si è trattato di qualcosa che io abbia ottenuto con fatica e che quindi mi sia meritato, è stato davvero un colpo di fortuna che io l’abbia avuta, e mi dispiace, veramente, per chi invece non ce l’aveva. Non è una cosa che uno ha in maniera innata, la incontra durante la vita, chi prima e chi dopo, e come succede per tutte le cose che uno dovrebbe incontrare durante la vita, qualcuno non la incontrerà neanche mai. E questo mi dispiace, perché come tutte le cose che uno può incontrare o meno durante la vita, e che sarebbe bene che tutti incontrassero, è profondamente ingiusto che il poter incontrare questa cosa o meno sia in mano ai dadi, alle carte, al destino, o a come volete chiamare Dio.

E mi dispiace per un secondo motivo: perché per anni mi sono battuto per combattere un pensiero abbastanza comune, che professava la presenza di qualcosa di speciale nelle mie azioni, qualcosa di soprannaturale, di raro, per cui quello che potevo fare era magicamente più facile da fare per me piuttosto che per gli altri. L’ho combattuto perché è una spiegazione troppo di comodo che i miei amici potevano usare quando non riuscivano a fare qualcosa, perché nessuno di loro aveva niente in meno rispetto a me, perché sapevo che anche loro avrebbero potuto fare quello che facevo io e perché volevo che lo facessero anche loro. Alla fine mi sono dovuto arrendere al fatto di avere torto: sì, avevo qualcosa che gli altri non avevano. E in barba a tutta la meritocrazia che ho sempre cercato nella scuola come nell’università e nel lavoro, non avevo neanche fatto niente di speciale per meritarmelo: avevo solo avuto la fortuna di inciamparci sopra, un giorno molte vite fa.

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